Rischio Fed per le obbligazioni: dove scapperebbe la liquidità?

Rischio Fed per le obbligazioni: dove scapperebbe la liquidità?

Raffaele Costa  | 10.07.2019 13:05

Il contesto economico e quindi quello finanziario che più da vicino ci tocca si presenta molto sfidante per gli operatori economici e, a maggior ragione, per quelli retail cioè i piccoli operatori privati.

Complessivamente dagli outlook di gestori di fondi ed istituzioni governative prevalgono indicazioni che denotano un certo disagio nel comunicare le strategie da seguire. Le “previsioni” sono meno chiare rispetto al passato e con frequenti richiami a generici atteggiamenti di prudenza, ...grazie, e indicazioni che un tempo si sarebbero etichettate come “democristiane” cioè tendenti a non esporsi più di tanto per accontentare tutti e nessuno.

A mio parere le scelte di investimento di breve termine risultano, a giusta ragione, particolarmente difficili da assumere. Risultano semplici soltanto quelle che hanno come obiettivo la protezione quasi-totale cioè, ad esempio, i conti correnti e di deposito e i bond AAA a brevissima scadenza dove brevissima significa che il tempo si conta in giorni e non in anni o mesi.

Se si prova per un attimo a guardare dall'alto il recente passato, anche solo l'ultimo anno, si nota chde si sono susseguiti diversi cambi di contesto che hanno implicato la continua revisione delle strategie operative non solo tattiche (di breve) ma addirittura strategiche (di lungo).

Un anno fa eravamo con crescita economica sufficientemente diffusa e tassi in aumento negli USA il che si portava dietro l'obbligato atteggiamento non espansivo nel resto delle economie, anche in quelle dove invece era auspicabile. Si sa che in ottica internazionale quel che conta non è in assoluto il livello numerico dei tassi ma soprattutto quello relativo tra le varie economie.

Poi siamo passati per un breve periodo attraverso un contesto di rischio surriscaldamento dell'economia americana e quindi tensioni sui bond che ha portato i Treasury oltre il 3% con pressocchè unanime convinzione (...degli operatori) che si sarebbero spinti verso il 3,5% per poi assestarsi poco più in basso.

Poi siamo entrati nell'era della paura addirittura di un rallentamento dell'economia globale (le motivazioni le conosciamo alla nausea e ve le risparmio volentieri) e quindi previsione di un certo periodo di tempo con la Fed in pausa sulla strada del rialzo dei tassi e della riduzione del suo bilancio.

In ultimo, siamo all'attualità, gli operatori (senza provare vergogna) reclamano addirittura un taglio ai tassi Usa di almeno uno 0,5% a luglio e altro 0,25% a dicembre.

Si capisce che ognuno dei precedenti contesti che, ripeto, assumono importanza maggiorata soprattutto per il fatto che si sono avvicendati in un così breve lasso di tempo, rendono molto difficile il compito dei piccoli operatori. Questi sono chiamati ad uno sforzo inusuale per elaborare continuamente i cambi di contesto ed assumere le conseguenti azioni operative. Il rischio è che mentre ci si prende il tempo di elaborare uno scenario per adeguare loperatività, le conclusioni che si decidono risultano nate morte perchè lo scenario sul quale si è ragionato non esiste più scalzato da uno nuovo e diverso.

Tornando all'attualità, i dati sul mercato del lavoro americano resi noti venerdì scorso hanno sorpreso in positivo e correttamente indotto gli operatori a pensare che il taglio dei tassi possa non esserci o esserci in misura meno intenso.

Intanto nell'ultimo mese si è assistito al rialzo dell'equity e dei titoli di stato sulla convinzione del taglio.

Ed ora?

La sensazione è quella di essere rimasti incastrati nell'ingranaggio.

Chi aveva giò sposato lo scenario dei tagli profondi e a tutti i costi è esposto a rischio di perdite conseguente all'eventuale ritorno dei mercati sui propri passi.

Paradossalmente quelli che impiegano molto tenmpo a prendere decisioni si trovano nella posizione migliore se non avessero ancora sposato lo scenario dei tagli e si troverebbero con mani libere per fare scelte più coerenti.

Ora quello che potrebbe avvenire, ed in alcuni casi ci sono avvisaglie, è ad esempio che si cominci a vendere i dcennali americani ed europei almeno per quella componente che negli ultimi mesi ne ha guidato i prezzi al rialzo. Infatti uno scenario con più inflazione posrta il mercato a richiedere tassi più elevati sulle scadenze lunghe e quindi induce un calo dei prezzi.

Ma anche l'equity complessivo potrebbe fare un passo indietro riprezzando il rischio di un nuovo rialzo dei tassi addirittura se dovessimo osservare, più in la non certamente ora, un riaccendersi del rischio inflazione che porterebbe la Fed ad un precipitoso cambio di marcia in senso restrittivo.

E se liquidità dovesse uscire dai decennali, dove andrebbe?

La risposta non sembra facile.

Oservando i flussi di capitali nelle varie asset class negli ultimi mesi si assiste ad una costante uscita dall'azionario, uno moderato accumulo nel reddito fisso in generale ed un robusto acquisto invece di monetari. Si, letto bene: monetari che se va bene promettono zero o poco più (almeno i monetari zona euro ovviamente).

Volendo tradurre tutto ciò potrebbe accadere che la liquidità in gran parte decida di non decidere, cioè scelga forme di parcheggio più o meno remunerate. Ma in parte sarebbe logico indirizzarsi anche verso le obbligazioni in euro di elevata qualità di aziende con business consolidati e solidi flussi di cassa per pagaere dividendi stabili, si scelga cioè quello che viene chiamato il carry senza aspettative di rivalutazioni in conto capitale (cioè dei prezzi).

Un'altra possibilità potrebbe essere, paradossalmente per l'Italia, il settore bancario ma non in senso generalizzato andando a privilegiare titoli azionari e bond soprattutto di istituti solidi per i quali l'abbandono del taglio dei tassi possa preservare (leggasi non peggiorare) l'attuale livello di margine di interesse (quanto cioè le banche guadagnano nell'attività di raccolta ed impiego dei capitali lucrando sulla differenza dei tassi praticati).

Tutto questo in un contesto che non si deteriori rispetto al percepito attuale, altrimenti la matrice si arricchirebbe di una nuova riga ed i calcoli delle possibili combinazioni di scenari aumenterebbero sensibilmente rendendo un rebus l'adozione delle scelte di investimento.

Anche il forex avrebbe le sue conseguenze che potrebbe significare forse la messa in pausa di idee rialziste per l'euro e probabilmente anche minore entusiasmo per i mercati emergenti soprattutto per quel che riguarda le obbligazioni in valuta locale dove un dollaro non in indebolimento (quindi stabile o in rafforzamento) potrebbe smorzare i piacevoli sogni notturni di vedere oltre ad un elevato carry (alti tassi nominali) anche un rialzo dei prezzi.
Anche paesi come l'India o la Russia che sono in modalità espansiva potrebbero vedere un cambio di contesto che potrebbe significare stop al taglio dei tassi visto che, come detto, quel che conta è la differenza col livello dei tassi Usa e se questi non scendono più o addirittura rialzano equivale ad un taglio dei loro tassi uffficiali.

Cruciali, come la solito, sarà monitorare contemporaneamente gli indicatori macroeconomici più importanti in questo momento come PMI, inflazione, costo del lavoro e fiducia dei consumatori in America. Attività industriale e consumi in Cina ed atteggiamento delle banche centrali più importanti.

Non è agevole, ma questa è la strada.FONTE: JP Morgan (NYSE:JPM) Asset Management
Si, letto bene: monetari che se va bene promettono zero o poco più (monetari zona euro ovviamente).

Volendo tradurre tutto ciò potrebbe accadere che la liquidità in gran parte decida di non decidere, cioè scelga forme di parcheggio più o meno remunerate. Ma in parte sarebbe logico indirizzarsi anche verso le obbligazioni in euro di elevata qualità di aziende con business consolidati e solidi flussi di cassa per pagaere dividendi stabili, si scelga cioè quello che viene chiamato il carry.

Un'altra possibilità potrebbe essere, paradossalmente per l'Italia, il settore bancario ma non in senso generalizzato andando a privilegiare titoli azionari e bond soprattutto di istituti solidi per i quali l'abbandono del taglio dei tassi possa preservare (non peggiorare quindi) l'attuale livello di margine di interesse (quanto le banche guadagnano nell'attività di raccolta ed impiego dei capitali lucrando sulla differenza dei tassi praticati).

Tutto questo in un contesto che non si deteriori rispetto al percepito attuale, altrimenti la matrice si arricchirebbe di una nuova riga ed i calcoli delle possibili combinazioni di scenari aumenterebbero sensibilmente rendendo un rebus l'adozione delle scelte di investimento.

Anche il forex avrebbe le sue conseguenze che potrebbe significare forse la messa in pausa di idee rialziste per l'euro e probabilmente anche minore entusiasmo per i mercati emergenti soprattutto per quel che riguarda le obbligazioni in valuta locale dove un dollaro non in indebolimento (quindi stabile o in rafforzamento) potrebbe smorzare i piacevoli sogni notturni di vedere oltre ad un elevato carry (alti tassi nominali) anche un rialzo dei prezzi.

Anche paesi come l'India o la Russia che sono in modalità espansiva potrebbero vedere un cambio di contesto che potrebbe significare stop al taglio dei tassi visto che, come detto, quel che conta è la differenza col livello dei tassi Usa e se questi non scendono più o addirittura rialzano equivale ad un taglio dei loro tassi uffficiali.

Cruciali, come la solito, sarà monitorare contemporaneamente gli indicatori macroeconomici più importanti in questo momento come PMI, inflazione, costo del lavoro e fiducia dei consumatori in America ed atteggiamento delle banche centrali.

Non è agevole, ma questa è la strada.

Raffaele Costa

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